Cover del romanzo Nome in codice: Maneskin, di Mimmo Parisi
Ecco un libro da leggere tutto d’un fiato. Si tratta diNome in codice: Maneskin. È il nuovo romanzo diMimmo Parisi, ed arriva negli store il 20 marzoper i tipi di LINEA-R. La distribuzione è affidata a Mondadori e Feltrinelli. I Maneskin sono diventati un vero e proprio fenomeno mediatico oltre che musicale, non poteva mancare un romanzo cucito intorno a Damiano David, Victoria De Angelis, Thomas Raggi ed Ethan Torchio.
L’imprevisto
La storia tratta di un poliziotto che, di servizio di scorta per accompagnarli a un evento artistico a Roma (è il momento della pubblicazione di Rush!), vede la propria vita scivolare verso l’imprevisto. Lui si chiama Pierre Rossi e, grazie al concerto dei Maneskin, incontra la ragazza della sua vita, Lidia. Purtroppo l’entusiasmo dei due è smorzato da una catena di eventi negativi, i quali porteranno i due protagonisti a non potersi più rivedere. Pierre è accusato di corruzione. Lidia perde la vita.
Il sentiero davanti ai piedi dell’agente sembra abitato da lingue di fiamme infernali, eppure, grazie alla presenza dei pochi amici rimasti e a una ragazza di nome Marlena, Pierre riesce a percorrerlo evitando di bruciarsi. La scrittura tersa presente in Nome in codice: Maneskin, e il plot magistrale di Mimmo Parisi, assicurano una lettura appassionante e adatta a un pubblico trasversale.
Mercoledì 3 aprile 2024 alle ore 21.00 fa tappa all’Alcatraz di Milano (via Valtellina 25) il tour Residui di Rock’n’Roll di Gianluca Grignani: un tour pensato per ripercorrere la sua trentennale carriera, con tutto il pubblico in piedi pronto a saltare sulle note rock di Grignani. Ad unire chi è sul palco e gli spettatori uno una scaletta ricca di hit da cantare a squarciagola e di grandi successi che hanno segnato la storia della musica italiana, da Destinazione Paradiso a La mia storia tra le dita, da La fabbrica di plastica a Quando ti manca il fiato, brano presentato a Sanremo 2023.
Autore best seller con La verità sul caso Harry Quebert, Joël Dicker è il protagonista di un mese di marzo molto ricco sul fronte delle uscite editoriali.
Va alla sua ultima fatica, Un animale selvaggio, la palma di romanzo più atteso, non fosse altro per il grande seguito di lettori e appassionati di cui gode, anche in Italia, lo scrittore svizzero. Nel commentare la nuova uscita, Elisabetta Sgarbi, publisher di La Nave di Teseo, si sofferma sulla "immaginazione sfrenata" dello scrittore e sul "controllo assoluto" dei dettagli della narrazione. Dicker "non lascia scampo - spiega -: quando si inizia questo romanzo si dimentica il mondo esterno e si viene trascinati nella sua storia".
A proposito di storie e attualità, Il suo nome è Bono Vox (LINEA-R, pag. 260) di Mimmo Parisi è sicuramente una narrazione che sembra quasi fuoriuscire dalle testate dei media di questi giorni legati al mistero della morte di Navalny. Infatti uno dei protagonisti del racconto ambientato proprio nella linea temporale che va dal 24 febbraio 2022 ai nostri giorni, ha come referente ideale l’oppositore e dissidente russo tornato nella sua terra per non tradire il suo credo nella libertà dei cittadini russi.
Trama del romanzo
In seguito all’invasione dell’Ucraina il vocalist Bono Vox e il chitarrista 'The Edge', attirano l'attenzione mondiale sull'evento. Intanto due fratelli ucraini, Sergey e Denys, trascorrono la loro infanzia in un decrepito istituto dell'est. Con l'amico Pyotr fanno l'esperienza di una fallimentare evasione. Ormai adolescenti sono adottati, il primo da un'aristocratica famiglia russa, il secondo da una ucraina.
Alcuni mesi prima che la Federazione Russa invada l'Ucraina, perdono i contatti. Sotto il chiasso malefico delle bombe, Denys incontra Alexandra, la ragazza che gli dà un motivo per non correre sbigottito contro il fuoco nemico. Nello scenario disperato del conflitto, i due fratelli riescono inaspettatamente a incontrarsi. Ma per Sergej quella è l'ultima volta. «Un romanzo deciso e attuale per una guerra inaspettata e inattuale.» Amilcare Fini, Notizia
Addio Michelle è il NUOVO SINGOLO di Mimmo Parisi, il quale ritorna alla musica dopo un periodo di lontananza da essa. La canzone è ispirata a una ragazza che ha appena intravisto durante l’estate. Con loro – lei era con il ragazzo e si stavano lasciando – ha scambiato solo poche parole; un incontro estivo come tanti. Hanno argomentato vagamente di poche cose. Il cantautore ha letto negli occhi di Michelle, questo il nome della ragazza, l’inquietudine per quel loro amore che stava svanendo. Probabilmente ora lei, con l’inverno che nel suo cuore è giunto molto prima del 21 dicembre, è ritornata a Parigi o in qualche altra città francese. In Italia ha lasciato un incontro nemmeno tanto importante e una canzone, Addio Michelle.
Un'epoca di trasformazioni
Alla fine non importa il motivo della loro separazione, ciò che – in un’epoca di trasformazioni senza precedenti, in cui la digitalizzazione crea universi culturali e sentimentali nuovi – rimane inamovibile è quel sentimento, l’amore, che continua a creare e sciogliere legami. Ecco, Addio Michelle parla di un addio ma è costituita di parole che trattano di attenzione per l’amore che si desidererebbe per sempre. Addio Michelle è una ballad pop-rock toccante, in cui Parisi, con la sua consueta vena poetica, racconta i colori di un addio. I versi che compongono la parte testuale del brano presentano immagini facilmente riconoscibili; fanno parte dell’esperienza comune a tanti.
Difficilmente qualcuno è passato indenne da una situazione caratterizzata da una crisi sentimentale. L’autore riesce a descrivere la fase dell’addio con tocco lieve, come un affresco destinato più a ricordare una stagione di tristezza ma, comunque, valida in quanto pagina della propria vita. Vale la pena, tuttavia, indicare quanto il contesto dell’evento sia se possibile ancora più umbratile e senza sprazzi di luce: l’addio vissuto in un aeroporto, con un aereo che porta via la persona amata, è decisamente una situazione malinconica.
L' addio in un aeroporto
Infatti, l’aeroporto, è un ‘non luogo’, se contemplato in una classificazione extra urbana o in quanto servizio, ma nella canzone in questione diventa teatro di una scena ultima. Chi rimane a terra contempla il cielo grigio il quale, man mano che la sera irrompe, s’inscurisce sempre più: portandosi definitivamente via Michelle e le illusioni che le facevano da ancelle. Due esistenze hanno scelto di ripartire dal principio; probabilmente lei è diretta in Francia, spera in un altro domani. Lui rimane a terra, osserva fino all’ultimo la luce intermittente dell’aereo. Deve fare i conti con l’anima frantumata; anche per lui ci saranno novità nel futuro, ma al momento tutto quello che sa dire è, “Addio Michelle”.
Il nuovo romanzo di Mimmo Parisi è Il suo nome è Bono Vox (LINEA-R, pag. 260). Il libro è in uscita il 15 luglio.
Di Rossella B.
Dell’autore si ricordano, fra gli altri, le pubblicazioni inerenti a titoli come All’ombra di Diabolik (nato per i sessant’anni del personaggio delle sorelle Giussani) e Il quinto Van Halen che si avvale dell’infuocato scenario rock di Los Angeles, negli anni ottanta.
Trama
Due fratelli ucraini, Sergey e Denys, trascorrono la loro infanzia in un decrepito istituto dell’est, con l’unica distrazione di un vecchio film di Charlot, Il monello. Non amano quei muri che li separano dall’esterno, vagheggiano di essere accolti da un vagabondo come quello del film. Con l’amico Pyotr fanno l’esperienza di una fallimentare evasione.
Ormai adolescenti sono adottati, il primo da un’aristocratica famiglia russa, il secondo da una ucraina. Alcuni mesi prima che la Federazione Russa invada l’Ucraina, perdono i contatti. Sotto il chiasso malefico delle bombe, Denys incontra Alexandra, la ragazza che gli dà un motivo per non correre sbigottito contro il fuoco nemico.
Intanto il vocalist Bono Vox e il chitarrista ‘The Edge’, attirano l’attenzione mondiale sull’invasione dell’Ucraina. Sullo sfondo disperato del conflitto, i due fratelli riescono inaspettatamente a incontrarsi; emozionati rivedono su YouTube una delle scene del loro film preferito. Ma per Sergej quella è l’ultima volta.
«Un romanzo deciso e attuale per una guerra inaspettata e inattuale.»
Il 25 febbraio 2023 al Teatro Comunale di Thiene arriva Eugenio Finardi, che porta sul palco il suo “Euphonia Suite Tour”. E' denominato suite proprio perché si tratta di un unico percorso musicale, un lungo brano in cui si fondono diciassette nuove canzoni. “Una notte in Italia” è il singolo che ha anticipato la recente uscita dell’album al quale, il cantautore milanese, ha dedicato energia e verità emotiva. Un’occasione per i fan per ascoltare dal vivo anche i grandi successi dell’artista.
EUGENIO FINARDI - EUPHONIA TOUR 2023 Teatro Comunale - THIENE (VI) sabato, 25 febbraio 2023 alle ore 21:30
Biglietti da 16,50 €: https://www.vivaticket.com/it/ticket/eugenio-finardi
Lo spettacolo
Una suite che incorpora i brani in un “Flow”, un flusso ininterrotto che, attraversando vari stati emozionali, accompagna l’ascoltatore ad uno stato quasi trascendentale. “Euphonia” è un’esperienza che va al di là della normale sequenza di canzoni, legandole e fondendole nell’improvvisazione e nel mistero dell’enarmonia, cioè la magica capacità delle note di cambiare senso e funzione a seconda della tonalità. Il progetto è frutto dell’intesa con due straordinari musicisti. Mirko Signorile che intesse un suo continuum spazio temporale attorno alla massa gravitazionale delle mie melodie in contrappunto con le traiettorie del sax di Raffaele Casarano, creando con sapienza armonica congiunzioni sorprendenti. Il Flow si sviluppa spontaneamente in un’interpretazione ogni volta unica e diversa sul canovaccio delle canzoni di Finardi, con qualche omaggio ai suoi autori più cari, da Battiato a Fossati, dando un respiro più ampio alle emozioni e che permetterà di condividere un’intensa esperienza collettiva. “La vita è l’arte dell’incontro”, dice Vinicius de Moraes e per i musicisti questo è ancora più vero perché la musica è un linguaggio universale che non necessita di traduzioni ma di cui ognuno ha un proprio personalissimo accento. Ecco, quando Raffaele Casarano, Mirko Signorile e io ci incontriamo attorno ad un pianoforte si crea un lessico particolarissimo e intrigante. Un concerto/esperienza di grande energia ma anche di grande delicatezza e verità emotiva.
Eugenio Finardi (Milano 1952) è un cantante e musicista, autore e compositore italiano tra i più noti. Basta dire che iniziò la sua carriera negli anni settanta incrociando e collaborando con i maggiori protagonisti della scena artistica milanese. Da Demetrio Stratos a Fabrizio De André, in un humus culturale che comprendeva Battiato, Battisti AREA, PFM, Carmelo Bene, Mogol, Gianni Sassi, Dario Fo, Claudio Rocchi, Camerini… la lista sarebbe infinita. Da ormai vent’anni ha lasciato il mondo della “Musica Leggera” per dedicarsi ai più svariati progetti speciali, seguendo la sua insaziabile curiosità musicale, Con Francesco Di Giacomo incide un album di FADO, traducendo Amalia Rodrigues. Segue ANIMA BLUES, un tour e un album che hanno stupito e convinto. IL CANTANTE AL MICROFONO un progetto di musica contemporanea con il sestetto SENTIERI SELVAGGI diretto da Carlo Boccadoro su musiche di V.Visotsky riscritte da Filippo Del Corno. Il suo eclettismo e la sua duttilità gli hanno permesso di affrontare e fare suoi i più diversi generi musicali. Con EUPHONIA raggiunge una maturità e una libertà d’intenti che solo l’età può dare.
Quando ho iniziato a suonare, avevo l’esempio di musicisti comeJeff Beck, Jimmy Page, Eric Clapton, Keith Richards, Pete Townshend, George Harrison, Martin Barre, Jimi Hendrix. Sono loro che mi hanno iniziato al modo in cui si suona davvero la chitarra elettrica. Non conoscevo ancora i musicisti che li avevano influenzati come Buddy Guy, B.B. King o Albert King.
È stato affascinante creare un mio stile basandomi sui musicisti di blues elettrico di seconda generazione e scoprire solo in un secondo tempo da chi avevano preso. E dopo avere ascoltato Buddy Guy chiedermi: «Ok, ma lui a chi si è ispirato?».
Eppure, che lo facesse di proposito o meno, Jeff aveva un atteggiamento irriverente ogniqualvolta rendeva omaggio ai bluesmen. Perché alla fine Jeff Beck era Jeff Beck e basta. Con chiunque suonasse, prendeva il comando e lasciava il segno.
Eric Clapton era un musicista rispettoso. Te lo diceva chiaramente: «Queste son le mie radici. Ho studiato. Ho creato il mio stile ispirandomi a queste persone e ora ti mostro tutto». Jimmy Page era un po’ più matto. Hendrix viaggiava su un altro livello. E Jeff era come se ti dicesse: «Certo, ho sentito quei tizi e sono grandi, ma guarda quel che so fare io».
Per me, è iniziato tutto con Truth, nel 1968. Ero troppo giovane per gli Yardbirds. Avevo 14 anni, facevo le superiori e ho cominciato a suonare in una band con dei tizi di un anno o due più grandi di me che mi hanno fatto conoscere quei musicisti, e in particolare Jeff Beck. La prima volta che ho ascoltato Going Down ho pensato che la sua fosse la versione definitiva. Pensavo non fosse possibile fare di meglio, specialmente per il modo in cui Jeff entra ed esce a bomba. Che strana maniera di suonare un blues. E che bellissimo modo per non copiare gli altri musicisti. Era brillante e diverso.
Col passare degli anni, non ha fatto che migliorare. Non intendo dire che ha affinato la tecnica, ma che ha aggiunto tanto altro al bagaglio di cose che poteva fare con la chitarra. Dal punto di vista tecnico, quel che faceva con la Stratocaster era molto interessante. Hendrix, in un certo senso, ha reinventato le possibilità di una Stratocaster e Beck ha fatto lo stesso. Si è concentrato molto sul suonare con le dita, utilizzando lo strumento per accompagnare il cantante in modo quasi melodico e con i riff fusi alla ritmica. Jimi cantava, per cui aveva un approccio leggermente diverso, ma era evidente che cercavano di fare cose simili con la Strat.
Beck ha continuato a crescere. Se penso a Guitar Shop del 1989, è un esempio perfetto di disco che ha colpito il pubblico esattamente come avevano fatto Blow by Blow o Wired. Allargava i propri orizzonti suonando con gente nuova, scrivendo, buttandosi sempre in qualche novità a livello tecnico, come ad esempio l’uso degli armonici. Così facendo esprimeva la sua personalità: non andava dietro alle mode, tirava fuori cose sue. Andava oltre la tecnica.
La cosa che più mi piaceva era la sua vena melodica. Adoro i chitarristi folli e rumorosi, mi piace l’atteggiamento sbruffone tipico del rock’n’roll, ma se non c’è melodia, non mi interessa. Se è solo sfoggio di tecnica, mi chiamo fuori. Jeff sapeva essere meravigliosamente melodico e allo stesso tempo folle. Lo sentivi e capivi che era un chitarrista rock’n’roll pericoloso. Lo metteva in chiaro in ogni canzone. L’ho tenuto ben presente a metà degli anni ’80, quando volevo cominciare a registrare qualcosa di divertente a casa. M’incoraggiava sapere che Jeff aveva fatto carriera alla grande facendo solo ed esclusivamente quel che voleva.
Cercava gli strumentisti all’avanguardia adatti per la sua nuova musica. E ha cercato di implementare questa idea nella sua visione di chitarra elettrica provando a combinare in modo nuovo rock, blues e jazz, la fusion di allora. Ma non si è mai perso. Non importava con chi suonasse: restava sempre e comunque Jeff Beck.
Il suo imperativo era «mai annacquare la tua musica». Anzi, fai esattamente il contrario. Ed effettivamente ad ogni disco Jeff era sempre più Jeff. È questo il motivo per cui ogni volta che ne pubblicava uno la gente diceva: che cazzo è ‘sta roba?
Quand’è uscito Blow by Blow suonavo da un annetto con una band disco music. Noi della sezione ritmica eravamo rocker che cercavano di tirare su qualche soldo, eravamo in quel gruppo perché avevamo bisogno di essere pagati regolarmente ogni settimana, ma la nostra passione era il rock. Così quando è uscito l’album di Beck abbiamo iniziato a fare delle jam suonandone qualche pezzo, in particolare Freeway Jam.
Era pazzesco il modo in cui Jeff, più avanti, ha usato gli armonici: trovo che Where Were You sia una delle composizioni strumentali per chitarra più notevoli mai registrate. L’ho visto suonarla dal vivo, ti lasciava a bocca aperta. Non la rifaceva mai uguale e ogni volta faceva centro. Era un tour de force di tecnica quasi impossibile.
Nel video dal vivo al Ronnie Scott hai la sensazione di avere di fronte un chitarrista che si sta prendendo il rischio più grande di sempre. Perché non è proprio possibile suonarla accordato. E non tutti gli armonici vengono fuori come nell’album. Eppure lo vedi che ci mette il cuore e l’anima e anche qualche sorriso. Capisci quant’è difficile, realizzi che le sue mani sono come dei tesori. È fantastico. Sembra quasi che la chitarra sia innamorata delle sue mani, che dicono: ok, stiamo al gioco.
Quelle note acute ti tolgono il fiato e ti fanno dimenticare della tecnica. Finché qualcuno ti chiede: «Ma tu la sai suonare?». E tu rispondi: «Sì, ma anche no. L’ho memorizzata e so suonare tutte le note, ma non viene mai come la fa Jeff».